Date Added

domenica, febbraio 7th, 2010

Posted In

Deliri

Tagged

Lavoro e moralità

Description

PREMESSA SOVIETICA: non parlo di me, ma di un ipotetico tizio, in un’ipotetica nazione di un ipotetico pianeta.

Supponiamo che questo soggetto sia stato messo in una specie di cassa integrazione, in cui perde grossomodo il 52% del denaro che gli si deve come paga quando viene messo in questa condizione di attesa. Supponiamo altresì che il soggetto si ritrovi in questa condizione per, diciamo, sette mesi. Infine viene mandato presso un cliente a svolgere un lavoro e lo fa con impegno e serietà nonostante siano sette mesi che sia fermo. Tutto procede bene, ma a un certo punto sorge un dubbio, il cliente per fare quel che deve lo costringerebbe a compiere del lavoro straordinario notturno festivo. A questo punto sorge il dilemma amletico e radicale: il soggetto ignoto riceverà il denaro che gli sarebbe dovuto per il lavoro fatto? Risposta: no.

Ed ecco che questa ipotetica persona si potrebbe porre una domanda. Potrebbe chiedersi se sia o no giusto restare lì a fare il lavoro o rifiutarsi di eseguirlo. Potrebbe domandarsi cosa sia più morale. Se restare e aiutare il cliente, che comunque conta su di lui ignorando tutto il contesto, che per ordini sovietici viene tenuto gelosamente segreto, oppure fottersene e andare via lasciando il cliente nelle curve e affrontando di brutto il suo datore di lavoro.

È un quesito interessante. Dove sta la moralità? Dove sta il vedere la realtà in tutte le sue implicanze? Ci sto riflettendo e trovo che una risposta generale non ci sia. Da una parte egli avrebbe tutti i sacrosanti diritti di andare via. Del resto perché lavorare senza essere retribuiti? D’altro canto la faccia che sta lì davanti a quelle persone è la sua, non quella del datore di lavoro che se ne fotte allegramente. Allora quel personaggio che non esiste sia chiaro, potrebbe pensare a un concetto di moralità che ha a che spartire con la capacità di cogliere la realtà tutta. E che vorrebbe dire? Beh, vorrebbe dire che andare via sarebbe un gesto puramente reattivo, che di lui lascerebbe un pessimo ricordo. A frittata fatta sarebbe inutile farla pagare a chi non c’entra nulla. Ma di sicuro quella persona potrebbe correttamente attendere il ritorno a casa per togliersi alcuni sassolini dalle scarpe e dire al suo intelligente datore di lavoro che o lo paga o lui il culo non muove più.

FINE

Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale e non voluto.

Related posts:

  1. La moralità della fantasia

9 Comment to “Lavoro e moralità”

  1. Tanabrus scrive:

    Che schifo… sono vicino all’ipotetico tizio, che ha tutta la mia comprensione e il mio supporto morale.
    Forse l’ideale sarebbe fare il lavoro dal cliente e poi mandare una testa di cavallo dal capo. Tramite un fattorino templare istruito a dovere su come trattare questo capo blasfemo e infedele.

  2. Eleas scrive:

    Immagino che l’ipotetico tizio ti ringrazierebbe per la vicinanza morale, immagino che amando gli animali (sempre per ipotesi) l’ipotetico tizio ipoteticamente potrebbe ipotizzare di risparmiare il cavallo e mandare l’ipotetico templare. ;)

  3. Babil scrive:

    Una cosa è farla pagare a chi non c’entra, ed una cosa è pagare per gli altri. L’unica considerazione per cui è sensato restare a finire il lavoro è perchè danneggiando il datore di lavoro si potrebbe aumentare le possibilità di perdere il posto.

  4. Eleas scrive:

    Credo che marxianamente parlando questo ipotetico caso sarebbe un classico caso in cui il datore di lavoro lucra sul lavoro del dipendente – sempre ipotetico – acchiappandosi il famigerato plusvalore. Sì concordo Babil, interviene un calcolo di quel tipo, ma credo che al nostro amico immaginario i coglioni fumassero tipo Etna in eruzione.

  5. Babil scrive:

    Quella del plusvalore è una delle cose del comunismo che rimane sempre vera ed attuale :-)
    Naturalmente un anticomunista ti risponderebbe che senza il datore di lavoro tu non avresti prodotto un cazzo, dunque ringrazia e zitto.
    E’ incredibile poi come si arrabbiano quando la gente li manda a quel paese, e la cosa tragica è che col tempo anche la sinistra ha cominciato a crederci…

  6. Eleas scrive:

    Siamo sempre nell’ambito della premessa sovietica in cui stiamo parlando in via del tutto ipotetica eh!
    Sì è vero, ma quello che in questa particolare situazione da sui nervi è che l’azienda i soldi li becca tutti dal cliente mentre l’ipotetica persona che ha lavorato no. Questo è la beffa oltre il danno.
    Quanto alla sinistra è ormai oltre l’orizzonte degli eventi, inghiottita dal buco nero originato da lei stessa quando ha deciso di restare ancorata a schemi ormai superati dalla realtà, a dimostrazione (se mai cene fosse ancora necessità) che dopo Craxi nessun sinistroide ha mai capito una mazza di quello che succedeva in Italia, nemmeno i bertinottiani che infatti han salutato il Parlamento.

  7. Eleas scrive:

    PS: lo stesso Craxi a un certo punto ha smesso di ccapire cosa stesse succedendo e infatti ha fatto la fine che ha fatto.

  8. Paolo E. scrive:

    Mi vengono da dire tre cose, pur essendo ipoteticamente d’accordo sull’ipotetica incazzatura dell’ipotetico tizio.

    1)Il cliente che paga non ha colpa alcuna: alla fine sarebbe un male sia per il padrone che per il lavoratore che ci andasse di mezzo. Quindi io prima fare i il lavoro poi se ne parla.

    2) Nel mio ambiente lavorativo la stragrande maggioranza degli specialisti che possono essere chiamati a svolgere prestazioni fuori orario normale sono pagati con straordinario a forfait. Ulteriori coperture sono comunque previste contrattualmente e sindacalmente. Se nella nostra ipotesi cosi non è l’ipotetico sindacato che ha stipulato l’ipotetico contratto non ha fatto un buon lavoro.

    3) Comunque sono tra quelli che credono che il denaro non possa essere l’unica fonte di motivazione per un lavoratrore, specialmente nell’ipotesi cdi stare parlando ad un livello tecnico di un certo tipo.Quindi, in nome della serietà del lavoratore e della soddisfazione di aver fatto comunque un buon lavoro, fatta salva la sacrosanta incazzatura, secondo em il lavoro va finito lo stesso.

  9. Eleas scrive:

    Paolo il cliente in questo ipotetico caso non è mai stato ritenuto responsabile di alcunché e quindi non era al centro delle elucubrazioni dell’ipotetico lavoratore. Qui l’ipotesi è che il lavoratore prenda una paga oraria straordinaria ben precisa in base alla fascia oraria.
    Mi soffermo sull’ultimo punto, il nostro ipotetico soggetto ha smesso di lavorare per la gloria, vuole il soldo. La motivazione è un buono stipendio io credo, che spinge a dare il massimoper meritarselo. Se lo stipendio viene meno, consentimi… chi glielo fa fare? Il nostro ipotetico lavoratore potrebbe avere moglie e figli e un mutuo, tutti hanno un mutuo da pagare, è quindi della soddisfazione potrebbe fregargliene poco o niente.

Leave a Comment