Insecta – Sottolivello 25
Buio e silenzio. Non c’era altro. Non “doveva†esserci altro. Non “poteva†esserci altro. Tutto ciò che esisteva era ridotto all’essenziale: se stessa nel nulla, in uno stato di continua caduta su sè. Il suo corpo era svanito, poco più che il ricordo di una condizione lontana e non più raggiungibile. Il nero l’avvolgeva in tutte le dimensioni, mentre la sua essenza vorticava incessantemente, invertendo e variando continuamente il suo moto: quel suo muoversi non doveva avere schemi nella maniera più assoluta. Se ne avesse avuto uno, l’avrebbero trovata persino là . Nessuna struttura logica nei suoi movimenti.La sua mente si trovava in quel non-luogo. Il solo modo per tenerli fuori era l’assenza di pensiero, doveva annullarsi e concentrarsi solo sulla casualità del suo muoversi.
Giungere lì era stato solo l’ultimo passo di una strada ben difficile. Ora lei non aveva più nemmeno un nome, non era più Rachel Stern, non era una umana, non era nulla più di un punto perduto in un nulla immenso e costantemente agitato. Ma se avesse continuato così, rifletté, avrebbe generato uno schema e questo l’avrebbe esposta. Pertanto mutò la sua forma. Non fu più solo un punto, ma fu parte stessa del nero: immobile, non esistenza allo stato puro. Che venissero a trovarla se ci riuscivano. L’oscurità era sua amica ed alleata.
La sua mente era sempre più lontana. Ma lontana da cosa? In certi momenti faticava a ricordarlo, a mano a mano che aumentava la distanza, diminuiva la coscienza di sè. Ma questo si rese conto, era pericoloso, priva di coscienza l’avrebbero carpita e annientata, sarebbe stata indifesa. Invece lei “doveva†ricordare, in quel modo non l’avrebbero colta di sorpresa. Chi era? Com’era arrivata lì? Tentò di concentrarsi, ma dovette fuggire ancora, perché li sentì vicini. Un presenza opprimente e debordante, come una coscienza incapace di contenersi, la stava cercando. Eppure era imperativo ricordare. Come’era iniziata quella storia? Cautamente iniziò a sondare la propria memoria, sapeva che non doveva fare affluire troppi ricordi o le emozioni l’avrebbero tradita e fatta scovare dai… i nephila, sì. Ma certo, era iniziato tutto quando Jess aveva chiamato.
- Rachel, Rachel mi senti?
- Dimmi Jess cosa succede?
- Ho bisogno di conoscere la mappa dettagliata di questo dannato sottolivello o non ne verremo più fuori.
- Dammi qualche minuto, cosa ti serve in particolare?
- Lo schema della zona di manutenzione dove ipotizziamo ci sia un passaggio per andare di sopra.
- D’accordo ti richiamo o meglio ti faccio seguire da CRIM direttamente, passo e chiudo.
- Bene almeno questa è sistemata.
- Chiudo.
- Cosa voleva O’Donnel?
- Pensano di non essere soli al ventiquattresimo. Mi ha chiesto un intervento del CRIM per indicare loro una rapida via di fuga. Pare che il livello qua sopra sia parecchio intricato.
- Non sono soli? Non diciamo idiozie Stern, piuttosto stiamo attenti ai ragazzi.
Erano vicini a uno degli oblò e controllavano i tre soldati che erano da pochi istanti entrati all’interno della bolla. Avevano percorso il tunnel di collegamento e adesso erano fermi, come incantati, davanti alla foresta fantasma.
- Rico mi ricevi?
- Signorsì.
- Cosa vedete?
- È incredibile signore, tutti gli alberi e le piante sono bianchi. Hanno forme strane. Anche la loro consistenza è particolare, sembrano lattiginose.
- È normale, è la luce a dare colore alle piante, quello che non capisco è come possano crescere dei vegetali qua sotto.
- Rico vedi ragnatele o qualcosa di ricollegabile ai nephila?
- No signora, non si vede nulla. Solo piante.
- Muovetevi verso l’interno a ore dieci, così venite verso di noi e vi possiamo seguire meglio.
- Signorsì.
- Sitark cosa ha intenzione di fare? Così li espone sempre più, i ragni potrebbero essere ovunque.
- Stai iniziando a stancarmi culo secco.
- Ma per la miseria e se quello che mi ha detto Jess fosse vero?
- Non fasciamoci la testa prima del dovuto. Il tuo amico CRIM dice che i nephila stanno qua dentro no? Allora vediamo di capire come agiscono.
- E quei tre? – Disse Rachel, indicando i tre uomini che, camminando goffamente nelle tute, si stavano muovendo lentamente verso di loro.
Sitark la guardò con un sogghigno che diceva molto su cosa lui ritenesse sacrificabile.
- Brutto stronzo di merda! Sitark sei solo merda.
I tre soldati si stavano muovendo lungo il perimetro interno della bolla dei ragni, parallelamente al corridoio, a poca distanza da dove Rachel e Sitark osservavano la scena. Fu a quel punto che tutto il mondo venne capovolto.
- Rachel! Allarme!
- Che succede Jess?
- Siamo sotto attacco.
- Cosa?
- Un ragno di almeno tre metri di diametro ha appena ucciso Ramirez.
- Dannazione! Il livello venticinque non è isolato: siamo tutti in pericolo, avverto subito Sitark.
- Dovete evacuare Rachel, se escono da li dentro sarà una carneficina, noi non riusciamo a centrarne uno per quanto è rapido. Ragazzi! Al prossimo bivio a destra e dietro all’arancione.
Sitark aveva sentito quasi tutto, ma non fecero a tempo a impartire alcun ordine. Tutto quello che sembrava immobile e inanimato fino a qualche secondo prima divenne vivo, rapido, bianco, mortale. La foresta fantasma iniziò a vomitare i suoi lugubri abitanti: forme bianche che muovendosi con estrema rapidità , furono in pochi istanti addosso ai tre soldati; il più piccolo sarà stato non al di sotto dei due metri.
Udirono alcuni forti tonfi provenienti dalla loro destra e alcuni altri dalla sinistra.
- RICO USCITE DI LI’ PORCA PUTTANA.
- Signore i ragni si gettano contro le pareti dei corridoi.
- Lo vedo Kovalsky.
Rachel avrebbe voluto correre via, piuttosto che assistere inerme all’ennesimo massacro, ragni enormi uscivano da tutte le parti, i tre soldati vennero aggrediti e dilaniati in pochi istanti. Uno venne tranciato letteralmente in due da un colpo, inferto con una forza insospettabile da un aracnide di almeno quindici metri. I ragni più piccoli, per modo di dire, iniziarono subito a cibarsi dei tre sventurati.
Ma qualcosa non andava; e non era solo il fatto che tre soldati erano morti, il colosso li stava guardando, Rachel provò un terrore indescrivibile, una forza silenziosa e allo stesso tempo inarrestabile le colava dentro e cercava di comprenderla in sé, si sentiva come se qualcuno l’avesse messa a nudo davanti a tutti. Come se avessero provato a violentarla, la rabbia le imporporò le gote; si voltò, Sitark era fermo, immobile, gli occhi sbarrati.
- Brutto stronzo, – urlò sferrandogli un cazzotto sul viso – sarai contento adesso.
Per lui fu come se si stesse risvegliando in quel momento, la guardò e lei vide lo sgomento.
- Sono telepati. – Disse laconicamente.
- Cosa?
- Ha provato a prendere possesso della mia mente. So che sembra pazzesco ma è così.
- Dobbiamo scappare in fretta.
Si girarono per rientrare nell’ingresso del venticinquesimo sottolivello.
- Jess, Jess mi senti? – Iniziarono a correre per coprire rapidamente le poche decine di metri che li separavano dall’atrio.
- Niente?
- No. Jorum, Jorum rispondi. Non capisco.
Tutto intorno a loro ragni si gettavano contro le pareti dei corridoi facendole tremare, sembravano impazziti, alcuni in quei salti si procuravano gravi ferite. Quando giunsero davanti al tunnel di collegamento con la bolla dei ragni, Sitark disse:
- Stern porta immediatamente qui l’ascensore!
Rachel, però, non fece a tempo a rispondergli che il tunnel esplose, assieme alle pareti dei due corridoi di sorveglianza. Uomini e donne rimasero immobili, alcuni vennero uccisi dai detriti. Una massa gigantesca aveva travolto tutto facendo schizzare blocchi di cemento da tutte le parti, come fossero pietruzze: era un ragno dalle dimensioni del tutto fuori dell’ordinario, Rachel non riusciva nemmeno a vederlo tutto. Sentì la sua mente scivolare in un insieme più ampio di coscienze aliene, gelide, potenti che cercavano con crudeltà di ottenere informazioni. No. Se avesse ceduto, sarebbe stata la fine. Riaprì gli occhi, ma forse li aveva sempre avuti aperti. Tante menti sfiorarono la sua. Dannazione erano davvero telepati. Potè sentire i suoi sventurati compagni. Le parve di udire Atzuky implorare pietà , mentre ragni larghi un palmo le divoravano con calma folle prima le gambe, per poi risalirle lungo il corpo spolpando le parti molli. Eppure, nonostante il pericolo mortale, tutti erano immobili. Le menti intrappolate da quella del ragno più grande o da ragni che avevano sfondato le paratie. Lei e Sitark erano stati scaraventati verso l’ascensore e quindi avevano avuto qualche secondo in più di chi invece era nello stretto tubo di controllo dei nephila.
Rachel aveva del sangue che le colava dalla fronte, evidentemente una scheggia l’aveva ferita, ma non c’era tempo per curare le ferite, doveva agire subito, in quel momento, non ne avrebbe avuti altri.
- CRIM! Sigillare il condotto dell’ascensore nei livelli dal ventitrè al venticinque immediatamente, autorizzazione Stern. Bloccare tutte le possibili vie di uscita dai livelli inferiori.
- Eseguo.
Il suo ordine non era passato inosservato. Subito due grossi nephila le erano piombati addosso bloccandola a terra. Erano passati forse venti secondi dall’attacco, forse meno, e da tutte le parti si stavano riversando, dentro quello che restava del settore, un numero di ragni spaventoso. Adesso il gigante aveva percepito la sua mente e la sua volontà . Le urla non si placavano attorno a lei, le percepiva non solo con le orecchie coglieva, le torture mentali cui gli altri erano sottoposti e vedeva che, quando i soldati cedevano e tutti i loro segreti passavano alla mente del più grande, venivano eliminati e mangiati sul posto.
Fissò quella cosa immensa che la guardava e le sondava la coscienza in cerca di varchi. Sollevò il capo, nonostante i ragni le inchiodassero il corpo a terra, e vide Sitark prono, un ragno dopo avergli trapassato una spalla, con la punta acuminata di una delle zampe, lo sollevò verso il colosso. Gli occhi, pur pieni di lacrime, le si stavano chiudendo e stava cedendo: avvertì la mente aliena avvolgerla, stava tentando di privarla dell’autocoscienza. Lottò con tutte le forze e aprì gli occhi di nuovo, chi la voleva piegata non gradì quella resistenza. Sitark urlava e piangeva disperato; ora il suo assalitore silenzioso la stava confondendo.
“Tu sei noi†– le riecheggiava nella mente come un diabolico sussurro, una dolce tentazione, cui sarebbe stato bello cedere per farla finita.
I pochi superstiti sentirono la voce estranea nella mente, “Adesso Ned non mi servi più“.
Con un gesto fulmineo uno dei gregari sventrò Sitark, il cui corpo si afflosciò e venne trascinato via con le interiora che strusciavano a terra, lasciando una scia sanguinolenta sui ragni piccoli che facevano ormai da pavimento. Di lì a qualche secondo sentì il rumore dell’ennesimo macabro pasto. Le cedette tutto quello che poteva cedere per il terrore e l’odore di piscio e merda si mescolò alla puzza nauseabonda degli aracnidi. Tremava come in preda a convulsioni, non era un’eroina e le sarebbe toccato morire in quel modo pazzesco.
Le voci dei compagni ora tacevano, mentre lei cercava inutilmente di divincolarsi dalle zampe viscide di quei cosi bianchicci, ma era fiaccata dalla paura e poi quelli erano molto più forti di un umano. “Dannazione†– provo a riflettere – “se ha ammazzato Sitark può volere dire solo una cosa. Che quel lurido stronzo ha fatto l’ultima carognata che aveva a disposizione, vuotare il saccoâ€. Se così era, il Nido e tutta l’umanità erano in pericolo mortale. Se quei cosi riuscivano a portare i loro culi bianchi fuori dal CRIM, sapevano tutto quanto c’era da sapere per annientare la difesa umana. Il che portava a una sola conclusione: lei doveva riuscire a uccidersi, se l’avessero battuta avrebbero avuto la chiave per uscire di lì. Ma lei stava morendo dalla paura, come li avrebbe potuti fermare.
Guardò intorno, a parte alcuni ragni sporchi del sangue delle loro prede, tutto il resto era un enorme brulicante massa bianca in movimento. Era rimasta sola. Totalmente abbandonata in mezzo a milioni, forse miliardi di ragni. Ne aveva dappertutto. Le camminavano su tutto il corpo.
“Adesso so, Ned mi ha detto tutto, stronzetta culo secco” disse la mente “poni termine al tuo tormento, fammi entrare nei tuoi pensieri“.
Era una voce talmente profonda da fare vibrare le viscere, anche se in realtà nessuno aveva emesso alcun suono. Questi ragni non erano rumorosi come gli insetti. Avevano un cranio oblungo, gli occhi neri e vitrei ispiravano tanta violenza, quanta cattiveria. L’ambiente era pieno di calcinacci e polvere. Lei stava resistendo alla sua forza, piangendo in silenzio.
Avrebbe voluto urlare il suo terrore, ma aveva la faccia coperta di ragni e il solo pensiero che, se avesse provato a parlare, qualcuno gli sarebbe entrato in bocca era raggelante. Rimpianse l’attacco dei crabro. Al confronto di questi esseri, erano agnellini. In mezzo a tutta quella brulicante solitudine, certa della propria fine, Rachel decise però che non avrebbe fallito; se un giorno, ormai desiderabile e lontano, era scappata dai calabroni, lasciando i suoi compagni soli a morire, oggi non avrebbe ceduto. Nonostante la paura.
La tenevano ben ferma, anche se le estremità tremavano in maniera decisamente evidente, altrimenti si sarebbe tolta la vita. Se la mente del primo dei ragni arrivava ai comandi del CRIM era la fine; fu colta da un solo dubbio, anche se avesse saputo tutto della macchina che li teneva bloccati là sotto, come avrebbero potuto parlare con lei? Ma in fondo il fatto che fossero tanto interessati alla sua mente, la spronava a non concedergliela.
Un dolore lancinante la colse all’improvviso, avevano cambiato approccio ora provavano con la tortura, un ragno aveva iniziato a staccarle le dita dei piedi; lei si contorse come una forsennata, ma non c’era modo di scappare.
“Fallo cessare Rachel, dimmi tutto e il tormento avrà termine, sta a te decidereâ€.
Chiuse gli occhi come se fosse sufficiente e far sparire voce e dolore, restarono entrambi. Ma l’essere continuò malignamente.
“Adesso ti farò divorare il piede destro e poi il sinistroâ€, annunciò divertito.
I morsi furono talmente dolorosi che svenne e si riebbe più volte. Si era morsa tanto profondamente le labbra che queste sanguinavano copiosamente e i piccoli ragni grossi qualche centimetro o poco più, venivano a bere il suo sangue e staccarle piccoli brani di carne dalle labbra.
Perse i sensi ancora.
Dolore.
Sofferenza.
Il CRIM aveva detto che il loro morso era velenoso, ma allora per quale cazzo di motivo lei era ancora viva? Probabilmente sapevano mordere senza avvelenare. Non sentiva più la fine delle gambe, era come se le avessero dato fuoco ai piedi.
Iniziava ad avere timore di cedere, ma doveva tenere duro. Scoprì dentro di sé una protervia che non aveva sospettato di possedere. Ma lui non desistette.
“Cosa ti faccio mangiare questa volta Rachel? Gli occhi? Magari le mani o le orecchie? O forse preferisci essere scopata da un nephila? Se è così ti posso soddisfare rapidamente, avrai l’ebbrezza di avere un nephila dentro di teâ€.
La sola minaccia ebbe come effetto quello di farla impazzire. Doveva scappare. Fuggire lontano. Ogni parte del suo corpo era ferita, ovunque c’era un ragno, grande o piccolo, che la stava mangiucchiando, piccoli morsi, ferite cui sarebbe sopravvissuta, ma la somma del dolore stava ormai superando la sua capacità di sopportarlo. Il suo corpo sarebbe stato quello che l’avrebbe fatta perdere. Pur di smettere di soffrire, la sua mente avrebbe ceduto e dato al mostro quello che voleva.
Tra le ultime cose che sentì fu il suo corpo, ormai nudo, sollevato dai ragni e issato sul dorso del primo. Qui una sostanza, al contempo collosa e ustionante, le bruciò la schiena e le natiche mentre l’appoggiavano. Il suo fisico era perduto, incollato alla schiena del primo. Anche le gambe iniziarono a bruciare, come se già non fossero un punto ormai critico.
Dolore.
Ormai era un ammasso di carne sanguinolenta non più una donna.
Un altro svenimento.
Quando riprese i sensi decise di iniziare la sua fuga, il primo non se l’aspettava e il suo disappunto evidente fu una piccola soddisfazione per lei. A poco a poco, la mente scappò dalla carne martirizzata. E il dolore iniziò a placarsi. Si rinchiuse in se stessa sempre di più, l’oscurità venne a celarla ai suoi inseguitori, che implacabili cercavano di riportarla indietro.
Sì ecco com’era iniziata tutta quella storia. Ecco chi era lei. Era quella che doveva resistere, per evitare la rovina del mondo. Lei pavida, lei che era fuggita anche davanti ai crabro, lei che non aveva più coraggio di una “pecoraâ€. Adesso era sola contro il Male. Sola. Pensò un attimo di troppo a quanto le sarebbe piaciuto stare ancora una volta in compagnia di Jorum: i sentimenti troppo forti, erano come un odore per loro. Fiutavano le emozioni. Dovette mutare ancora dirigersi verso piani di non esistenza sempre più remoti, con la segreta speranza che il suo corpo la morisse e rovinasse la festa ai ragni. Del resto, mutilata com’era, la perdita di sangue e le possibili infezioni avrebbero potuto fare il suo gioco, era solo una questione di tempo.
Vide davanti a se alberi. Non bianchi, come quelli della foresta fantasma nella quale dimoravano i nephila, questi erano di un verde talmente abbagliante che dovette chiudere gli occhi, il che era ridicolo se pensava che era solo un qualcosa che lei inventava per creare degli ostacoli ai nephila, ma chissà perché proprio una foresta. Ciascun tronco aveva ragguardevoli dimensioni, per abbracciarlo tutto sarebbero serviti almeno cinque uomini.
Si inoltrò nel folto, sempre sopprimendo la propria coscienza e al contempo tenendo a mente chi fosse e perché fosse lì.
Sembrava mattino presto, perché a terra vi era ancora quella specie di foschia che non è nebbia, ma è quasi il respiro del terreno che si condensa nel freddo delle prime ore di un giorno invernale. Camminava da un tempo ormai considerevole. Non vi erano suoni. Non si vedevano animali.
Davanti a sé scorse una sagoma scura. Un uomo. Ma lei non si fidava. Poteva essere lo stesso una trappola. Si mantenne a distanza e si fermò a venti metri circa da lui.
- Chi sei? – Non si poteva permettere gentilezze.
- Immagino tu sia zitella. – Era la voce di un vecchio.
- Non è affar tuo, chi sei?
- Sì devi essere zitella per forza, così scorbutica chi ti potrebbe prendere, mi chiamo Nou. Sono un viandante.
- Qui non ci sono viandanti.
- Ah già , perché questo territorio è tuo, un tuo costrutto.
- E tu come lo sai?
- Ma insomma, se è un tuo costrutto io sono una tua fantasia. Quindi non posso non saperlo.
Rachel non capiva, perché una sua invenzione avrebbe dovuto essere così complessa? Forse stava impazzendo.
- Sei in fuga. Ti posso aiutare, io conosco questo posto.
- Che posto è?
- Un luogo infido. È dove dimorano i tuoi timori. Sei scesa molto in profondità nella tua essenza.
Sbuffò, scrollando le spalle. Basta, non ne poteva più di aver paura. L’uomo si era fermato, avvolto dalla nebbia, non riusciva a vederne il viso.
- Non desidero il tuo aiuto, va via.
Non appena lo disse l’ombra scomparve. Evidentemente era davvero frutto del suo pensiero. Meglio. Doveva essere sicura di non correre alcun rischio. Una foresta era un ottimo posto per nascondersi, specie se inventata da lei. Riprese il cammino. Dopo un po’ dovette notare che la luce diminuiva sempre di più. Ormai stava quasi camminando alla cieca. Era un fatto strano, in fondo aveva vissuto per quasi tutta la sua vita in penombra, il Nido non era certo il massimo in quanto a illuminazione interna, era una delle cose più complicate e faticose renderlo più o meno vedibile. Per cui i suoi occhi erano bene abituati all’oscurità o quanto meno alle situazioni intermedie. Invece adesso, più avanzava, meno vedeva. La sua mente prese a farsi pesante. Aveva sonno.
Iniziò a sentire le gambe pesanti e ad avere freddo. Alla fine probabilmente il suo corpo stava morendo. Sorrise tra sé, sollevata. Si sedette con la schiena poggiata a un albero. Rimase così con gli occhi chiusi per qualche minuto, poi riaprendoli guardò in alto e le vide. Ragnatele. Pendevano dalle piante come pelle secca. Attorno a quegli alberi alcune figure avvolte nella nebbia attendevano immobili. E il verde degli alberi era svanito sostituito da un bianco accecante.
Stava per formulare un pensiero, quando una voce la precedette:
- Sì, lo so ti stai chiedendo com’è possibile che io ti abbia fregata così. E comunque te l’avevamo detto che questo è un luogo infido…
Lei sospirò, inutile scappare ormai, vide che aveva le mani appiccicate da ragnatele che erano saltate fuori dal terreno. Altro che morente, il suo corpo l’aveva tradita.
- Immagino ti senta non poco frustrata, ma sai alla fine nessuno mi sfugge, ci hanno provato sia chiaro, persino alcuni dei miei figli, ma sono tutti morti.
La figura scura era in piedi alla sua destra.
- E allora come mi hai trovato?
- Barando ovviamente.
- C’era da aspettarselo da un mostro.
- Sappi comunque che sei andata molto più lontana di quanto abbia mai fatto chiunque abbia osato resistermi. Non credevo che avrei dovuto usare il trucco della schiena.
- La schiena?
- Già , la mia schiena secerne una sostanza molto particolare, un derivato geneticamente modificato della bufotenina, che ha due funzioni: tiene appiccicata a me la preda; ma soprattutto essa è ricca di una serie di sostanze che generano uno stato di allucinazione nella preda e allentano a sua insaputa le difese psichiche. Ne alterano il normale corso del pensiero. Una trovata geniale dei miei padri, pensa che l’han presa da un rospo.
- Insomma senza nemmeno saperlo ti sono tornata in bocca.
- Sei caduta nella mia tela, come uno splendido e succulento insetto. Ma consolati, non potevi farci nulla la bufotenina ti è entrata in circolo non appena ti hanno appoggiata al mio dorso. Certo io posso regolarne il flusso, presto anzi lo farò. Era rassegnata. Riuscì solo a dire un mesto:
- Capisco. – Aveva capitolato infine.
- Nemmeno un po’ di disperazione? Il tuo amico Ned piangeva come un idiota quando ho violato il suo cervello.
- Perché dovrei disperarmi, ho fatto quanto umanamente possibile per resisterti.
- Sì questo è vero, oltretutto stai parlando con me da pari a pari, mentre io sono infinitamente più potente di te, sei stata coraggiosa a dispetto del tuo stupido nome. Il tuo Nido è spacciato lo sai vero?
Rachel si limitò ad annuire, quella conversazione era a dir poco paradossale.
- Quando saremo fuori di qui, niente potrà opporsi a noi.
- A te vorrai dire.
- Non c’è differenza, noi siamo i nephila.
- Non potrai uscire comunque.
- Se ti riferisci al fatto che siamo muti, beh ricordati che sei incollata a me, che il tuo corpo è vivo. E che adesso sei totalmente in mio potere. Sarai tu Rachel Stern a condannare la tua gente, coloro che ci hanno creati e rinchiusi per secoli. Sarà un vero piacere massacrarvi. Per questo sto gradatamente riducendo la produzione del siero, per riportarti alla realtà . Se non fosse stato per la bufotenina ti saresti perduta in te stessa e non ti avrei più ripreso, ma questa simpatica sostanza ha creato tra noi un legame chimico, una specie di traccia olfattiva che ho potuto seguire. Lo scenario finale poi è stato superbo, non trovi?
L’afferrò per una spalla e lei sentì per la prima volta dolore. La sua forza era sovrumana, la issò in piedi come fosse una bambola di pezza. Ma adesso, non riusciva più a stare su da sola. Si accorse di non avere più i piedi, e quella presa di coscienza portò altro dolore che andò a sommarsi alla prima ondata. La sua mente si stava sgretolando. Il pensiero che sarebbe stata proprio lei ad aprire le porte ai ragni la fece infine impazzire. Il primo rideva come un folle invece e forse folle lo era realmente dopo quattrocento anni passati lì sotto.
Fu in quel momento che sentì lo strattone che l’attirò potentemente all’indietro, verso il punto da cui era partita riavvolgendo quel sogno e sbucando all’inferno. Un inferno in cui lei era vigile, sanguinante, impotente e perduta in mezzo a miliardi di ragni bianchi. Fu a quel punto che fece la sola cosa che le restava da fare, spiazzando ancora una volta il primo.
Il suo grido di rabbia fu l’ultima cosa che lei udì.
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Premessa: quanto segue è solo la mia opinione quindi prendila con le pinze e non ti arrabbiare
Allora Eleas devo dire che la PRIMA PARTE del capitolo mi ha un pochino deluso. È anche sicuramente perché io avevo una grande aspettativa per questo capitolo (ti dico solo che quando ho visto l’immagine con la foresta bianca ho detto ‘evvai!’) ma l’incontro con il ragno capostipite l’ho trovato frettoloso. Non lo hai quasi descritto (che magari è una scelta per creare ancora maggior suspance) ma in altri capitoli secondo me sei riuscito ad essere più incisivo (mi riferisco per esempio al primo incontro con i ragni bianchi oppure alla goccia che cadeva nel capitolo di Isma… le immagini mi si formavano nella testa da sole XD). Nella seconda parte quando lei inizia ad avere le allucinazioni invece ti sei ripreso alla grande, ma ho comunqe trovato il linguaggio del ragno troppo colloquiale. Questa è una creatura di un’intelligenza estrema, centenaria – era questo il riferimento al film Sfera che avevo fatto– cresciuta in da sola (perché alla fine sono uno) cibandosi di se stessa. Credo dovresti trovare un linguaggio diverso… più allucinato. È solo un’idea stupida, ma non potresti farlo parlare di se stesso in terza persona? XD vabbè, non sarò mai uno scrittore
Non ti offendere mi raccomando, mi piace sempre la storia
Siccome è l’opinione dell’illustratore ufficiale del libro direi che di importanza ne ha. Debbo dirti che onestamente la descrizione del ragno non la ritengo centrale, non l’ho descritto perché è come gli altri solo enorme non ti parlo delle sue reali misure che le scoprirai più avanti.
Invece trovo molto interessante il tuo appunto sul suo essere fuori di testa, sul suo essere se stesso ed essersi nutrito di se stesso. E ti dirò che è un’osservazione molto interessante, alla luce della quale rivisiterò il suo modo di parlare e di porsi nei confronti di Rachel.
Diciamo che mi sono concentrato sulle sensazioni di disperazione e solitudine di Rachel, sul fatto che lui sia talmente crudele da non esitare minimamente a torturarla (in questo è un ragno molto umano), sull’orrore che lei prova a vederseli addosso ovunque che la mangiucchiano.
Così come sulla sua fuga dalla realtà . Ma chiaramente quando ti stacchi dal reale la descrizione del nulla diventa complessa. È sicuramente un capitolo che necessita di rivisitazione in quanto complesso e centrale.
Non mi offendo no, anzi ti ringrazio, in fase di prima revisione tutte queste indicazioni saranno riutilizzate per migliorare l’impatto dei personaggi, dal ragnone (hai notato il nome?) ai singoli umano e insetti.
ergo grazie per la critica utilerrima.
Direi che il suo carattere potrebbe essere più iroso, qui l’ho effettivamente fatto freddo, specie nella sua versione onirica.
Direi che la prospettiva di sterminare gli umani deve essere in lui una fonte di maggiore voglia di agire. Direi che questo tuo intervento mi ha fatto venire in mente un tot di idee rigrazie
Io ho parlato di descrizione, ma mi sono espresso male. La descrizione non era il punto, quanto la sensazione di fretta. L’idea di non renderlo visibile è anzi bella perché quello che non si vede spaventa ancora di più, ma devi trovare il sistema per dare più ritmo, nervoso, tensione (come la goccia di Isma… oppure frasi molto brevi) perché uno – almeno io XD – se lo aspetta da tanto questo incontro.
Hem, per il nome come in altri casi avevo intuito che c’era senza dubbio un riferimento, ma non sapevo quale ^_^° ho guardato stamane su google, ti riferivi alla teoria Chan del Buddhismo? Per il-i nephila hai capito cosa volevo dire. Folle ma molto intelligente. Io in un certo senso i nephila li paragono a una forma estrema di autistici savant crudeli.
Comqunque vai al minuto 0:52 di questo filmato, e ascolta quello che dice
http://www.youtube.com/watch?v=5N2tmydgsAc&feature=related
hem mi ero dimenticato il link XD
beh… allora la cosa cambia, la fretta in un certo senso era voluta in quanto tutti gli eventi dall’allarme di Jess a quando viene sventrato sitark si svolgono in pochi minuti non più di cinque.
No sul nome sei fuori strada, ti do un aiutino? o preferisci usare l’aiuto da casa?
spara l’aiutino ^_^°
greco