Insecta – Ismail
Era stato condotto nella zona dei novizi: una parte del complesso del Tempio molto ariosa, con sale alte e ben illuminate. Non erano molti coloro che vi dimoravano, diventare Figlio non era semplice. Vi erano, nel complesso, una dozzina di novizi. Avevano ciascuno una stanzetta, con il minimo indispensabile, ma sempre molto ben pulita e ordinata. Era presente una sorta di addetti alle pulizie, gente della città che lavorava al lì, ma solo nelle zone riservate ai Figli; gli avevano spiegato chiaramente che nessuno poteva entrare in quelle delle Emanazioni, che loro pulivano da se la loro roba, che avevano turni che seguivano per svolgere le mansioni di cui la loro zona necessitava, ma che nessuno che non fosse appartenente alla loro casta poteva entrare lì.
Gli erano stati consegnati alcuni abiti di tessuto grezzo, in modo da avere un cambio, ma niente di ricco e un mantello dello stesso tessuto e colore, ma senza ricambio. I primi giorni erano stati un tormento: non comprendeva i loro riti, le loro strane funzioni. Ogni giornata era scandita da ritmi precisi, si alzavano prima di chiunque altro, pulivano le loro stanze, poi si recavano al Tempio quello vero.
La prima volta che vi aveva messo piede era rimasto a bocca aperta. Non aveva mai e poi mai pensato che l’uomo potesse costruire simili monumenti. Era difficile descriverne l’immensità. Era costituito fondamentalmente da due zone. Una di pertinenza dei fedeli Devoti, l’altra per Figli ed Emanazioni, in posizione rialzata, di poco circa un metro. La prima area era a base rettangolare, ma la cosa che sorprendeva era l’architettura a tutto sesto: non vi era un tetto, i due muri salivano per circa duecento metri congiungendosi ad arco acuto lassù, sui loro nasi. C’era da chiedersi come non crollasse tutto sulle loro teste. Enormi colonne a loro volta ripartivano quella zona del tempio in tre navate una centrale più grande e due laterali; le colonne erano qualcosa di folle: invece di salire su diritte, come ci si aspetterebbe da una colonna (in fondo lui era stato nel genio, qualcosa di strutture ne capiva), seguivano la folle inclinazione dei muri e partivano con una base ben più larga della loro punta, la quale si congiungeva con la parte terminale del muro a cuspide sostenendolo. Le loro basi si toccavano, così che l’effetto finale poteva essere paragonato a quello di una dentatura di pietra. Ogni singola colonna era completamente intarsiata e scolpita, non davano l’idea di un pilastro messo lì a sostegno, no, erano piuttosto delle cose vive che sembravano scaturire dal suolo per schiantarsi lassù, due centinaia di metri più sopra. Un effetto scenico davvero eccezionale. Ismail si era chiesto quanto tempo ci avessero messo a costruire una simile meraviglia. Tra le colonne, poi, un altro colpo di grande arte, enormi vetrate colorate, che riempivano interamente lo spazio tra quei denti giganteschi formando la controdentatura: in tal modo la navata restava fisicamente isolata dalle due laterali, adibite a funzioni minori. I muri esterni invece erano sorprendentemente sobri, qualche dipindo a tema naturale, fiori piante, ma nulla di così grandioso, del resto su di essi si riflettevano i colori sgargianti delle vetrate; la scelta era stata di concentrare tutta l’attenzione sulle colonne e sulle vetrate. Queste, oltretutto, non erano certo normali, ma di vetro colorato e piombato, con disegni raffiguranti scene di cui lui ignorava il significato, un effetto spettacolare. Gli avevano spiegato che erano state realizzate seguendo antichissimi metodi, risalenti a un’epoca dell’uomo che più nessuno ricordava. I vetri erano stati cotti due volte: al termine della prima cottura – gli aveva detto il Figlio anziano che li guidava in quel primo giro – venivano eseguiti i disegni con una sostanza chiamata grisaglia, quindi il vetro dipinto veniva rimesso a cuocere, in tal modo il colore penetrava nella porosità del vetro, divenendo parte stessa di esso. In pratica il disegno così trattato nessuno, nemmeno il tempo, lo avrebbe potuto cancellare. Verso la fine della navata principale lo spazio andava restringendosi un po’, attirando lo sguardo del fedele verso il punto dove si svolgevano i riti. Era nella seconda zona del Tempio, quella rialzata e riservata ai Seguaci. Era rialzata di circa un metro e lievemente in discesa, in questo modo, anche chi era lontano, aveva una visuale migliore. Il devoto, però, poteva vedere solo la parte centrale di quella seconda zona che, di fatto, aveva la forma di una semisfera, anch’essa era alta un paio di centinaia di metri, le parti laterali, erano oltre la visuale, circa cinquanta metri per parte, se si teneva in considerazione che la navata era larga grossomodo un centinaio di metri e lunga trecento o più; nella semisfera nascosta erano sistemati i banchi dei Seguaci: a destra i Figli, a sinistra le Emanazioni. Al centro un tavolo di marmo nero, ovale, attorno al quale prendevano posto i sei officianti. Le sei emanazioni supreme. Le due zone, quella dei Devoti e quella dei Seguaci, erano collegate da una semplice rampa di piccole scale di marmo, posta dove vi era il rialzo, proprio dinnanzi al grande tavolo ovale. A terra attorno ad esso vi erano disegnati dei cerchi neri (il pavimento era bianchissimo), là dove le sei Emanazioni si sarebbero sistemate. Niente sembrava lasciato al caso. I Seguaci nascosti costituivano un coro potente, la cui forza era aumentata dalla forma semisferica che faceva da cassa di risonanza. Ismail si sorprese a sentire che avrebbe dovuto imparare a cantare, non era abituato al canto. Al Nido era raro sentire cantare, non c’era tempo. Oltre l’altare nero, che veniva chiamato l’opale, a circa trenta metri di distanza stava una porta rotonda che da subito attirò la sua attenzione come una specie di calamita. Non era riccamente adornata, ma era nera come l’opale stesso. Essa conduceva al luogo più sacro del tempio, quello in cui i Seguaci, e solo loro, potevano stare a tu per tu con Dio. A destra e sinistra vi erano due porticine, una da cui i Seguaci rientravano dopo essere discesi nella cripta dell’Essere, l’altra, invece, era quella che lui stesso aveva varcato per entrare dentro il Tempio e da cui tutti loro facevano il loro ingresso o uscivano al termine dei riti.
Quando arrivavano, per prima cosa, dovevano assolvere a riti e funzioni specifici dei novizi. Era molto faticoso, perché era necessario svegliarsi presto dovendo compiere il lungo tragitto fino al luogo di culto, quindi sorbirsi le litanie, che acuivano il sonno. Se un novizio si addormentava era necessario che facesse ammenda, non gli era stato detto come. Una volta terminato di pregare, era loro dovere pulire e rendere il Tempio degna dimora dell’Essere, esclusa chiaramente la cripta. Quella era di esclusiva pertinenza delle Emanazioni. Solitamente la pulizia del Tempio, che in quel frangente restava chiuso, portava via tutta la mattinata. E non era uno scherzo, c’era da lavare, lucidare, salire in luoghi parecchio alti per spolverare e lucidare quasi fino a specchiarcisi. Quando giungeva l’ora di pranzo, aveva una fame tale che avrebbe divorato un bue notturno. Fortunatamente, i Seguaci non lesinavano sul cibo, che era decisamente abondante e saporito. Non erano nemmeno fanatici che mangiavano o solo carne o solo verdure, sulla tavola vi era un po’ di tutto. Seguiva un breve riposo di una mezzora; quindi iniziavano le lezioni.
Avevano due generi di insegnanti quelli civici e quelli teologici. Ai primi, solitamente Figli, era demandato il compito di istruirli nelle leggi della Città, nei comportamenti da tenere, nelle punizioni da impartire. Veniva loro insegnato come gestire situazioni di ogni tipo, dalla rissa in una locanda, a un’emergenza medica, ad assistere una partoriente. Veniva loro anche insegnato come difendersi, avevano una specie di palestra nella quale potevano fare esercizio fisico. La cosa non dispiaceva affatto a Ismail, che era abbastanza innamorato del suo corpo alto e muscoloso. Poi però c’erano le ore di studio teologico sull’essenza dell’Essere, sui riti, complessi, che avrebbero dovuto padroneggiare a menadito. E quella parte delle lezioni lui la detestava. Purtroppo però non gli era dato modo di scegliere e doveva necessariamente fare buon viso a cattivo gioco.
In quei primi, lunghi, giorni di adattamento, non ebbe più modo di vedere Moshè, nè tantomeno Andrea, credette di intravederla un giorno mentre osservava la fila di Seguaci che attendevano di scendere alla cripta, ma non ne fu mai certo. Non era semplice per lui legare con i suoi compagni, non aveva idea di chi fossero, ma comunque erano molto più addentro di lui alle questioni religiose, conoscevano i riti e le festività, sapevano cose che lui ignorava del tutto. Erano nati lì e questo costituiva il loro vantaggio.
Ogni giorno recandosi al Tempio, la cripta esercitava su di lui un interesse crescente, iniziò a fare una serie di domande, per capire cosa vi fosse là sotto, ma nessuno dei suoi colleghi ne aveva la più pallida idea e poi non se ne preoccupavano troppo: una volta divenuti Figli avrebbero avuto libero accesso anche loro a quella zona. Era una questione di pura pazienza. Che però Ismail sentiva di non avere. Perché il luogo più importante per quella religione era proibito ai fedeli? Perché? Cosa nascondeva la cripta? Col passare dei giorni, il suo pensiero fisso lo aveva distolto dai compiti giornalieri, che faceva in modo svagato. Mentre si trovava nel Tempio, osservava attentamente i movimenti attorno alla porta, non vi erano mai sorveglianti, ma vi era sempre la coda, sempre vi era qualcuno al cospetto dell’Essere. Difficile trovare un attimo per infilarsi di soppiatto e vedere cosa vi fosse lì sotto.
Elaborò un certo numero di piani per svelare il mistero, che là veniva così silenziosamente celato, ma tutti si dimostravano incapaci di svicolare dalla costante presenza di qualcuno di rango e grado più elevato. La suggestione aumentò al punto tale che Ismail sognò la cripta.
Era nel Tempio, solo, tutto era buio. All’improvviso voltandosi verso l’altare vedeva la botola spalancarsi e da essa fuoriuscire una luce sfolgorante, tutte le volte rimaneva accecato. Quando la porticina si richiudeva i suoi occhi erano come bruciati, incapaci di vedere qualunque altra cosa. E una voce gridava con veemenza
LA LUCE ACCECA!
Lungi dallo scoraggiarlo, questi sogni ammonitori sulla potenza della Luce, lo fecero diventare sempre più attivo nella ricerca di una soluzione al suo problema. Insomma, se doveva credere in un Dio, almeno che potesse parlare con lui. La soluzione al suo dilemma gli venne per pura casualità. Quei giorni era addetto al trasporto dei panni sporchi ai locali della lavanderia. Ma non aveva fatto caso all’ora ed era arrivato troppo presto. Non aveva aspettato il lavandaio, era entrato e aveva disposto gli indumenti dei novizi nelle rispettive pile. La lavanderia era una sorta di antro dalla notevole profondità, pieno di odori di ogni genere e di piccole piscine al cui interno venivano messi a lavare gli indumenti, secondo un preciso rituale purificatore. Fu mentre si guardava distrattamente in giro, che gli cadde l’occhio sulla pila di mantelli neri e gli venne l’idea. Non stette a pensarci un istante, altrimenti il coraggio sarebbe svaporato, ne prese uno con la sua maschera, che aveva scoperto essere in realtà di stoffa e attaccata al cappuccio stesso, e se lo infilò sotto il suo manto. Poi, però, si rese conto che, così appallottolato, il bozzo era troppo evidente; allora, cercando di contenere la paura di essere sorpreso, provò ad avvolgere cautamente il mantello attorno al busto a mo’ di fasciatura. Pregò che l’addetto non entrasse proprio mentre stava eseguendo quell’operazione: gli andò bene, poiché l’altro giunse qualche istante dopo che lui aveva terminato l’occultamento.
- Cosa ci fai qui Ismail?
- Ho… ho portato gli indumenti sporchi dei novizi, in questi giorni sono di turno. – parlò con naturalezza, se fosse apparso diverso dal solito l’uomo lo avrebbe scoperto in un nonnulla. Era un grassone molto gioviale, ma per nulla stupido e metteva molta attenzione in quello che era il suo lavoro.
- Oh beh, potevi aspettare fuori; ma va bene, vedo che hai già separato tuniche, mantelli e intimo
- Sì, sì, visto che non c’eravate ho pensato di farlo io, spero non vi dispiaccia.
- No, tranquillo, mi hai fatto un favore. Una cosa in meno da fare.
- Bene, adesso se non vi dispiace torno di sopra: ho ancora delle faccende da sbrigare prima del pranzo.
- Vai non ti preoccupare, io qui debbo mettere tutto nelle varie tinozze per il primo ammollo – iniziò con enfasi il lavandaio come a descrivere la tragica fatica che lo attendeva – poi mi tocca il secondo ammollo, lavatura, strizzatura, per fortuna non sono da solo. Eheheh.
- A presto.
- Ciao Ismail.
Uscito dal locale tirò l’inevitabile sospiro di sollievo. Non aveva visto nulla. Forse anche perché in quel luogo non si erano mai verificati furti. Si sentì abbastanza una carogna, ma non aveva scelta “doveva” sapere. Avrebbe agito il più in fretta possibile. Quella notte stessa. Giunto alla sua stanzetta, sistemò il mantello nero sotto il suo letto. Appena il tempo fosse stato propizio avrebbe agito.
Il resto della giornata trascorse in maniera strana, era particolarmente distaccato da tutto quanto avveniva, la sua mente era sotto al letto con quel mantello, in attesa di essere usata. Fu più distratto del solito, cercò di giustificarsi dicendo che era particolarmente stanco, che stava cercando di abituarsi ai ritmi del noviziato. A sera mangiò in silenzio, riflettendo sul fatto che non aveva mai fatto caso a troppe cose. I Figli avevano parole segrete? Cenni particolari che solo loro conoscevano? Orari stabiliti per fare visita all’Essere? In fondo lui non era mai stato là di notte. Avrebbe persino potuto smarrirsi. L’ansia stava facendo capolino. Doveva rilassarsi, parlare d’altro. Tentò di sforzarsi a discutere con i compagni circa le lezioni di quel giorno, pose domande generiche su riti e su feste il cui senso ancora non gli apparteneva, in modo da far passare il tempo e non pensare al gesto che avrebbe compiuto quella notte e che lo avrebbe potuto condannare a non sapeva nemmeno cosa. La morte? Era una possibilità, non avrebbe saputo dirlo. Ma non poteva aderire così ciecamente, senza capire, senza sapere, si sentiva stupido. La sua razionalità doveva essere soddisfatta. E quella notte avrebbe trovato soddisfazione. Decise che nonostante le sue scarse conoscenze avrebbe fatto bene a rischiare, o non avrebbe più trovato la forza necessaria per agire. Durante il giorno aveva ripassato la dislocazione delle guardie, che per la verità non erano tante, giusto due all’ingresso del Tempio e due all’ingresso della zona dei Figli.
Terminata la cena, si ritirarono nei propri alloggi lasciando la mensa. I novizi erano i primi ad andare a dormire, erano anche quelli che, svegliandosi per primi erano più stanchi, non era una misura restrittiva, ma una scelta ovvia. Del resto mai nessuno aveva protestato, anzi erano ben lieti di sfruttare al massimo le ore di sonno, che non erano mai abbastanza. Lo faceva anche sentire a disagio che il suo e quello dei suoi compagni fossero i soli visi riconoscibili. Aveva preso a sentirsi nudo davanti a tutti quei volti resi identici dalle maschere, bianche o nere che fossero. Quella notte sarebbe stato uno di loro. Entrò in camera e decise che avrebbe riposato almeno qualche ora, in modo da fare addormentare i novizi; ma poi gli venne il dubbio, come avrebbe giustificato alle guardie la sua presenza in quella parte del complesso. Dannazione! L’angoscia tornò ad assalirlo. Decise, allora, di agire immediatamente, indossò il mantello, quindi si dedicò alla chiusura della maschera. Si doveva tirare su il cappuccio e poi passarsi la maschera sul volto legandola ad un’asola posta sul lato opposto. A quel punto doveva fare in modo che… porca puttana! Aveva solo il mantello, non aveva vesti nere lo avrebbero scoperto all’istante, razza di imbecille che non era altro! Doveva attendere un altro giorno. E sperare di riuscire a fregare un abito da Figlio. Il giorno dopo fece esattamente le stesse operazioni, si presentò con un certo anticipo, non trovò nessuno e nuovamente frugando tra i vestiti sporchi, ne trovò uno adatto allo scopo. Siccome quel giorno avrebbe dovuto prendere gli abiti puliti e distribuirli ai confratelli aveva con sè una gerla piuttosto grossa, poteva quindi prendere anche un paio di stivaletti neri e piazzarli sul fondo, assieme al vestito, così da coprirlo con il rivestimento del cesto. Nessuno avrebbe notato niente, sperò. Quando l’addetto giunse, gli chiese come mai fosse sempre in anticipo, lui addusse come scusa il fatto che su, al Nido, era stato abituato a muoversi molto rapidamente e certe abitudini erano dure a sparire.
- Ho quasi dimenticato cosa sia vivere lassù, sai?
- Voi non siete nato qui?
- No, no, anche io come te ho subito l’esilio, so bene cosa stai passando.
Passarono qualche minuto discutendo di com’era il Nido, di come si stava infinitamente meglio là sotto, poi Ismail salutò e se ne andò per la sua strada. Distribuì gli abiti puliti sistemandoli nei vari alloggi, ma iniziò dal suo, così ebbe modo di nascondere il malloppo. A sera avrebbe agito e stavolta nessuno avrebbe potuto dire niente, sarebbe stato a tutti gli effetti un Figlio.
Dopo cena si mosse esattamente come il giorno prima, ma stavolta bardato di tutto punto, gli abiti gli stavano lievemente abbondanti, ma nel complesso poteva andare. Uscì. Nessuno in vista. Si mosse cercando di apparire disinvolto, il primo problema si poneva al passaggio dalla zona dei novizi a quella più estesa dei Figli. Arrivò alla porta dove stazionavano i due Figli di guardia, i quali stavano quasi dormendo e scattarono come molle non appena lo videro avvicinarsi. Solo allora realizzò. Le maschere! Recavano il grado ed evidentemente la sua era di grado superiore alle due guardie. Che stupido a non averci pensato, troppe emozioni e lui non era un uomo d’azione, amava la quotidianità, la monotonia. Quel ruolo di spia non se lo sentiva proprio. Ma ormai era in ballo, il pensiero che tra poco avrebbe potuto vedere cosa c’era dentro la cripta lo rincuorò.
- Ci scusi signore, la stanchezza sapete…
- Silenzio! – Intimò a bassa voce. – Cercate di fare al meglio il vostro dovere.
- Sì, signore! Ci perdoni.
- Così sia.
Proseguì il suo cammino attraverso i corridoi, ma, se avesse voluto, avrebbe potuto sbirciare la vita dei Figli e vedere cosa facessero nelle ore di libertà, ma preferì tirare dritto verso il Tempio, meglio non correre rischi. Doveva fare in fretta, ma non poteva certo correre, avrebbe attirato troppo l’attenzione. Il tempo sembrava non passare mai. Al mattino percorrevano quel percorso molto più celermente, con tutto quanto avevano da fare non c’era troppo spazio per le passeggiate. Adesso, invece, era più prudente muoversi come se si stesse camminando.
- Buonasera fratello. – dietro di lui la voce di un Figlio, che stava evidentemente ritornando alle sue stanze, lo fece sobbalzare.
- Salute a te.
- Che ne dici di bere qualcosa assieme?
- Mi dispiace, mi sto recando al Tempio. Sarà per un altra volta. – meglio non farlo insospettire.
- Oh scusami, non avevo idea, sì certo magari domani.
- Sì, perché no! – “se sarò ancora vivo…”
- Che l’Essere sia con te.
- Che l’Essere sia con te – rispose, usando il saluto che i Figli si scambiavano spesso.
Quando l’altro se ne fu andato, Ismail sospirò per lo scampato pericolo, accellerò lievemente il passo, meglio levarsi dalla zona abitativa dei Figli il più in fretta possibile. Dopo circa un’ora giunse in vista della porta del Tempio. Era aperta come sempre, due guardie la vegliavano. Non fecero domande. Nemmeno lo guardarono. Lui entrò, cercando di simulare il passo più deciso e tranquillo di cui era capace. La coda per visitare l’Essere era sempre lì. Non troppo numerosa, come di giorno, fortunatamente. Il tempio era immerso nella semioscurità, adesso aveva quasi l’impressione di essere nel suo incubo. Si mise silenzioso in coda, stando attento ai gesti compiuti dagli altri. Piano piano, passo dopo passo, l’ovale nero della cripta si avvicinava vieppiù. Fino a quando non fu il suo turno di entrare, seguendo colui che gli stava immediatamente innanzi. Subito dopo la porta, iniziava una ripida scalinata dai gradoni appena sbozzati e consunti dall’uso. La luminosità era decisamente scarsa, l’umidità notevole, alcune pareti erano decisamente bagnate. Il posto era decisamente in netto contrasto con la magneficenza del Tempio. Ai piedi della gradinata iniziava un cunicolo lungo il quale si muovevano tutti i Seguaci in coda. Era lungo una trentina di metri più o meno la stessa distanza che separava l’altare dall’ingresso della cripta. Passarono i minuti, quanto tempo gli rimaneva? Avrebbe dovuto percorrere il tragitto in senso opposto in tempo per svegliarsi e ritornare lì. Finalmente giunse davanti all’ingresso della cripta vera e propria, una stanzetta circolare, dentro la quale si entrava uno alla volta, dotata di due piccole porte: una posto esattamente davanti a lui, l’altra – per forza di cose visto che i Seguaci uscivano a destra della porta nera – sul lato destro, da cui probabilmente si usciva per ritornare di sopra. Ecco. Era il prossimo. Adesso poteva vedere cosa c’era lì dentro, cosa cavolo adoravano.
Appena l’Emanazione che gli stava davanti entrò nella cripta Ismail restò di sasso. Vide l’uomo fare tre passi in avanti, quindi sciogliersi la maschera dandogli le spalle, e inchinarsi di fronte a una statua la cui forma, pur grezza e appena accennata, non lasciava adito al minimo dubbio. Una specie di grosso ovale metallico dal quale fuoriuscivano sei raggi. L’Emanazione restò con la fronte poggiata a terra per un certo tempo, così lui potè osservare con estrema cura l’oggetto posto sopra un altare. La posizione di quelle sei escrescenze era tremendamente simile a quella che i sacerdoti assumenvano su nel Tempio attorno all’altare. E quell’affare somigliava tremendamente a un insetto stilizzato. Chi cazzo erano questi pazzi? Adoratori di insetti? Con sgomento, notò che l’Emanazione era adesso in ginocchio e si stava richiudendo la maschera, per poi alzarsi e uscire. Toccava a lui adorare quella cosa. Sentiva il ribrezzo crescere come un vulcano sul punto di eruttare. Cercò di mantenere la calma, indietro era impossibile tornare, doveva fare come aveva visto fare all’altro. Pertanto avanzò anche lui di tre passi, per poi inginocchiarsi, sciogliere la maschera e chinarsi col volto a terra. Il sudore gli colava lungo la schiena, era una follia, che questi fossero spie degli insetti? Calma, calma. Doveva agire con circospezione e non dare nell’occhio. Quando fu passato, grossomodo, il tempo che aveva visto passare in precedenza si tirò su in ginocchio, riallacciò la maschera e uscì dalla cripta. Il tempio girava, doveva cercare di non svenire o sarebbe stata la fine. Prese qualche respiro.
Gli tornò alla mente il suo sogno, era rimasto accecato dalla verità? Iniziò il cammino di ritorno alla sua stanza, ma non aveva pensato a come giustificare la presenza di un Figlio nel bel mezzo della notte nella zona dei novizi. Si era intrappolato da solo! Proprio la spia non era il suo mestiere. Doveva andare a fondo di quella storia immediatamente. Non avrebbe potuto resistere in un posto del genere un minuto di più. Resterò ancora più accecato? Non seppe dirlo. Ormai la notte era fonda e nella zona dei Figli il silenzio era totale. Cercò un luogo tranquillo, gli venne in mente solo la sala mensa. Era una stanza posta a metà strada tra la sua zona e quella in cui si trovava. Ma i Figli non erano coloro presso cui cercare le risposte. Erano le Emanazioni a comandare, c’era poco da fare. Doveva penetrare nella loro zona, scoprire cosa nascondessero e per quale motivo nessuno tranne loro poteva entrarvi. Iniziò a fare le ipotesi più fantasiose, forse mantenevano degli insetti, magari ne mangiavano le larve; si dette del’idiota e cercò di concentrarsi maggiormente su come trovare un modo per entrare rapidamente nella zona delle Emanazioni senza essere notato. Era seduto in sala mensa da un po’ a riflettere quando vide uscire dal luogo di decenza (come lo chiamavano pittorescamente i locali) un Figlio piuttosto alticcio. E fu lì che ebbe l’idea più folle che a una spia fallita come lui potesse mai venire. Le fogne. Erano probabilmente il solo modo per sapere la verità. Oltretutto lì non vi erano sbarre alla finestra. Si avvicinò alle latrine rapidamente e una volta entratovi si dedicò a studiare la finestrella, che come un po’ ovunque dava sulle fognature. Non era certo larghissima, ma avrebbe dovuto riuscire a passarci. Si issò e iniziò a spingersi dall’altra parte.
Il tanfo era oltre il tollerabile. Appena aveva infilato la testa nel pertugio, gli era venuto da vomitare. Ma poi si era detto che non aveva altra via, che quella era la sola cosa da fare. Tanto lo avrebbero preso e non avrebbe avuto scampo. Almeno sarebbe morto sapendo cosa combinava quella gente. Una volta dentro il canaletto di scolo, cercò di orizzontarsi. La fognatura era strana, in pendenza, il fiume veniva da dentro la montagna; era come se le intercapedini tra le varie zone di quel mondo sotterraneo fossero occupare da quel fiume che scendendo costantemente ripuliva il Tempio delle sue lordure.
Ma quante erano queste lordure? E di che portata?
Iniziò a camminare, cercando di ricordare come erano disposte le stanze. Cercava di non guardare in basso, ma ogni tanto gli accadeva di chinare lo sguardo anche per vedere dove metteva i piedi e sistematicamente vomitava. L’acqua non era profonda, ma era pur sempre una fogna. Dopo un po’ iniziò ad abituarsi all’odore degli escrementi, ma ancora non riusciva a trovare un punto per orientarsi, era abbastanza sicuro di aver girato in lungo e in largo nella zona dei Figli, ma ancora non aveva avuto modo di vedere Emanazioni. Ogni tanto si affacciava cautamente alle finestrelle degli alloggi, ma i mantelli neri erano tutto ciò che riusciva a riconoscere nella fioca luce che penetrava da quel dedalo puzzolente.
Vagò così almeno un paio d’ore. Col pensiero pulsante dell’immagine dell’Essere che si faceva spazio in lui. Non avrebbe mai adorato un insetto, mai! Fu a quel punto che l’odore mutò. Si accorse che si era diretto verso l’alto. Certo non divenne profumo di viole, anzi se possibile peggiorò. Divenne più acre, tanto da prendere alla gola e fare mancare il fiato. Iniziò a seguire quel tanfo pestilenziale e dopo un po’ si rese conto di essere finalmente giunto nella zona delle Emanazioni. A ridosso del cuore della montagna da cui il fiume sotterraneo sgorgava. Il cuore gli batteva all’impazzata. Avrebbe presto scoperto tutto, a costo di restare immerso nella merda per giorni.
Iniziò a muoversi con più cautela, evitando di ciabattare troppo, ogni tanto cercava di guardare nelle abitazioni, ma l’ora tarda impediva di vedere bene, a mala pena distingueva i manti, ora bianchi o grigi. Vagò per un certo periodo. Quando a un tratto da una finestrella vide provenire una luce, qualcuno era sveglio, bene. Iniziò a muoversi rapidamente puntellandosi con i piedi oltre il bordo delle acque di scarico, in modo da non fare rumore. Quindi, giunto alla finestrella, vi si affacciò con discrezione. L’Emanazione non era una qualunque. Era proprio lei. Andrea, stava in piedi, presso un piccolo leggio su cui alcuni documenti stavano ordinatamente disposti in attesa di essere studiati. Doveva essere appena rientrata, dai lunghi sbadigli che faceva probabilmente aveva passato la notte di guardia o di corveè.
La ragazza si stiracchiò, quindi le mani corsero alla maschera, ne sciolse un’estremità, i capelli caddero a coprire il suo viso. Ismail alla finestra quasi non respirava. Lei con una mano scostò i capelli, lui rimase senza fiato. Non era un volto normale, aveva delle strane protuberanze sulla fronte, era bianchissimo, quasi trasparente, gli occhi azzurri contrastavano in modo impressionante. Ma non aveva ancora finito, quella notte, di restare sgomento Ismail, no perché fu solo quando la ragazza si tolse il mantello che tutto gli fu, al contempo, chiaro e misterioso, che la Luce lo abbagliò del tutto. Due coppie di ali diafane e con lievi venature verdi spuntavano dalla schiena di Andrea e accanto al costato senza ombra di dubbio vi era una coppia aggiuntiva più piccola di braccia, o gambe, o zampe. Tra i capelli potè distinguere due lunghe ed esili antenne. Porca puttana, ma cosa cavolo era? Il cervello di Ismail cercava di rimettere in ordine tutto quanto e non trovava il bandolo di quell’assurda matassa. Fu quando lei distese le ali, come per stiracchiarle, che a lui sfuggì un gemito, sembrava una libellula. La donna pur senza orecchie, lo notò solo in quell’istante, avvertì distintamente il rumore e aperta la porta diede l’allarme. Ismail non restò immobile, doveva scappare, già ma dove? Dove sarebbe andato? Doveva seguire l’acqua, sì. Sarebbe andato in discesa, in fondo realizzò per arrivare lì era salito. I rumori aumentarono d’intensità, il trambusto era enorme all’interno dell’ala riservata alle “cose”. Ismail ciabattava impunemente nella fogna in preda al panico, adesso sì, lo avrebbero ammazzato.
Gli parve di scorgere delle ombre muoversi rapidissime, ma non riuscì a distinguere niente tanto erano veloci, addirittura parevano mutare colore, stava impazzendo del tutto? Non poteva fare altro che lasciarsi scivolare lungo il canale di scolo. Stava per lasciarsi andare, quando quattro figure presero come vita dai muri. Avevano larghe ali marroni, simili a mantelli, una folta peluria attorno al collo, visi grigi resi ancora più indistinti dalla penonbra. Le mani, però, erano tuttaltro che inconsistenti, lo bloccarono con una forza decisamente fuori dell’ordinario.
Poi udì la voce di lei provenire da sopra la sua testa, alzò lo sguardo e la vide sospesa sopra di loro che volava, poi la sentì gridare, con voce tremante di rabbia.
- PORTATELO VIA!
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urkavè ma è spaventosamente affascinante… l’idea insettivora su Andrea, vedo prevedo (ma non mi smentire con uno spoilerone) che le libellule avranno un ruolo nel proseguo… ho preso un granchio? Mi è piaciuta molto anche la descrizione architettonica del tempio, bisognerà poi appurare se la struttura così concepita stia realmente in piedi… P.S. occhio che qua e la ci sono degli errori di scrittura
non ti dico niente… mmmm… granchi magari ci metto qualche granchio gigante muahahah
piccola notazione sul tempio, la descrizione è particolarmente interessante spero perché io il tempio me lo sono proprio disegnato ^^
quanto al suo stare in piedi non saprei, ma credo di si come struttura non è tanto più ardita di certune cattedrali gotiche.
Gli errori di battitura sono l’ultima cosa che va controllata so che ci sono ma adesso mi sembra inutile correggerli e cercarli tutti, anche perché alcune cose saranno cambiati durante la seconda stesura.
oh ma lo voglio vedere pure io il disegno del tempio…
mmm si potrebbe pure fare… domani se riesco ma è difficile cerco di metterlo online. Solo che io disegno male, anzi di più e poi sono soltanto schizzi tremendi.